Quello che abbiamo imparato dal nostro lockdown, tra smart working, tanto digitale e la nostra amata resilienza

Tutto è iniziato davvero un venerdì pomeriggio, quando un collega è entrato in ufficio dicendo “Coronaviruzzz… è arrivato a Lodi”. Un rapido sguardo ai siti di notizie, qualche titolo letto velocemente per poi ritornare subito alla tabella di marcia delle scadenze, delle urgenze, della vita così come la conoscevamo. Era il 21 febbraio 2020. Tre giorni dopo, il lunedì, saremmo rientrati in ufficio in uno scenario completamente cambiato di mani da lavare di frequente, colpi di tosse da fare nel gomito (pena il disappunto collettivo) e l’inquietudine costante al pensiero del numero sempre in crescita di persone contagiate e poi, purtroppo, di quelle morte.

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Difficile dire ora cosa abbiamo imparato in questo lockdown ma di certo è tanto. Nel giro di pochi giorni ci siamo ritrovati a lavorare da casa, a dover trovare il modo di far funzionare e bene quello smart working di cui avevamo così tanto parlato negli ultimi anni con timide e sporadiche sperimentazioni, pensando soprattutto ai suoi benefici ambientali.

Per la prima volta in quarant’anni abbiamo conosciuto la cassa integrazione (che nel nostro caso specifico si chiama FIS), con tutte le difficoltà materiali ed emotive che si porta dietro. Molti di noi si sono ritrovati senza la certezza del lavoro, primi tra tutti i nostri educatori che si occupano ogni giorno di sostegno scolastico a bambini e ragazzi in difficoltà.

Abbiamo vissuto sulla nostra pelle la questione delle scuole chiuse, proprio in quel periodo dell’anno in cui i nostri educatori ambientali a scuola ci vanno tutti i giorni. E mentre gli insegnanti imparavano in fretta a fare quella che poi sarebbe stata ribattezzata D.A.D (didattica a distanza), altrettanto velocemente noi convertivamo al digitale i nostri progetti di educazione alla sostenibilità con video, lezioni in diretta, kit didattici virtuali ma soprattutto tanta pazienza ed energia.

Con l’avvicinarsi dell’estate e con la riduzione della diffusione dei contagi, abbiamo capito che volevamo essere all’altezza delle sfide dell’estate 2020, per dare risposte alle tante persone in difficoltà, tra lavoro e figli. Abbiamo per questo ripensato ai nostri centri estivi, creando un nuovo catalogo di servizi di welfare aziendale per sostenere le imprese e le famiglie.

Riflettendo sul lockdown non vogliamo dimenticare quelli che non ci sono più, quelli che hanno perso una persona cara senza poterla salutare, quelli che stanno ancora soffrendo. Questo pensiero ci aiuta a dare il giusto peso alle difficoltà quotidiane e a non farci dimenticare che siamo esseri umani che abitano sullo stesso pianeta. In quarantena abbiamo imparato ancor di più ad ascoltare e ad ascoltarci, ad essere vicini nonostante dovessimo rimanere lontani. Abbiamo capito che la nostra impresa non è un luogo fisico o un insieme di unità produttive ma, soprattutto, un gruppo di persone che sa tirar fuori il meglio di sè nelle difficoltà, riesce a sostenersi a vicenda per affrontare l'indecifrabile, è capace di prendere decisioni quando certezze non ce ne sono e sa imparare dai propri limiti ed errori. In una parola abiamo sperimentato quello che teorizziamo da anni: la resilienza.

Questa è stata la prima parte di questo pazzesco 2020. Noi siamo qui. Noi continuiamo così.

Pubblicato il 24 maggio 2020


 
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