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Intervista a Maurizio Ambrosini sull'immigrazione

In Italia l'immigrazione è ben lontana dall’essere un problema sociale e men che meno di ordine pubblico. Ascolta il podcast

Nulla di più sbagliato della narrazione politica e mediatica dell’immigrazione come un'invasione verso i paesi europei. La popolazione non italofona è da dodici anni stabile, con circa 5,3 milioni di residenti regolari, oltre a 4 o 500 mila persone in condizione di irregolarità, meno di un decimo. Ed anzi sta registrando una contrazione per la crisi economica provocata dalla pandemia.

Ne parliamo con Maurizio Ambrosini, professore e sociologo delle migrazioni all’Università di Milano

In Italia l'immigrazione è in maggioranza femminile e cristiana. L’arrivo di donne, alla spicciolata, che vengono ad assistere gli anziani in Italia come negli altri paesi, è una cosa che avviene molto più discretamente, non ci sono barche e rischi per la vita delle persone in transito. Noi ci rappresentiamo un’immigrazione diversa da quella effettiva e ragioniamo oppressi dall’ansia e dalle nostre paure.

In ambito economico un gran numero di aziende e imprese non vede affatto gli stranieri come una minaccia, ma come una risorsa per il crescente fabbisogno di manodopera. Lo stesso governo che parla di emergenza ha deciso di aprire flussi per 450 mila nuovi ingressi in tre anni.

La sensibilità verso la questione del futuro del pianeta ha trovato nuovi spunti nell’idea delle migrazioni forzate per cause ambientali. Gli studiosi delle migrazioni sono invece quasi tutti scettici sull’impatto dei cambiamenti climatici sulle migrazioni internazionali. Che le popolazioni sfollate o impoverite si spostino sulle lunghe distanze per motivi ambientali non è una tesi sostenibile.

In primo luogo, chi fugge da un pericolo in genere non si è preparato a partire, non dispone di risorse adeguate per lunghi spostamenti, quindi fa poca strada.

Gli spostamenti di popolazione per cause ambientali, siano essi direttamente provocati dall’uomo - come la costruzione di dighe o l’avvio di attività estrattive, o persino l’istituzione di riserve naturali o l’attuazione di progetti di risanamento urbano - oppure derivanti da fenomeni classificati come naturali (tifoni, inondazioni, terremoti), oppure ancora da tendenze di medio periodo, come la desertificazione, trovano una più solida evidenza quando avvengono all’interno del proprio territorio nazionale.

Il secondo presupposto allarga lo sguardo al rapporto tra migrazioni e povertà. Nel mondo le migrazioni internazionali non provengono dai paesi più poveri, se non in minima parte. I maggiori paesi di origine sono, nell’ordine, India, Messico, Cina e Russia. Paesi intermedi, dunque, e anche interessati da contraddittori processi di sviluppo. L’Africa Sub-sahariana incide poco. Analogamente, gli emigranti di norma non provengono dalle classi più povere dei rispettivi paesi. I poverissimi non dispongono dei mezzi per partire e soprattutto per andare lontano.

Anche ammettendo che una parte di questi migranti forzati prima o poi oltrepassino un confine, dovranno superare molte barriere prima di arrivare nel Nord del mondo.

Ed infine avuto il coraggio di rafforzare i confini per non accogliere i rifugiati della guerra in Siria e abbiamo fatto lo stesso per i profughi dell’Afghanistan. Quindi, se anche ci fossero milioni di persone espulse dalla loro terra per ragioni ambientali, succederà la stessa cosa: arriveranno in prossimità dei confini e Frontex le rimanderà indietro. Non saranno certo le cause ambientali a farle entrare nei Paesi sviluppati.

15 maggio 2024

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