Intervista a Stefano Zamagni, ordinario all'Università di Bologna e professore alla John Hopkins University, che ci parla di nuovi modelli di sviluppo

La crisi dimostra il fallimento dei modelli economici che hanno dominato negli ultimi decenni. Per cambiare rotta c’è un contesto nuovo ed è l’economia civile, un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e collaborativo che parte del basso e rappresenta una valida risposta alle difficoltà del nostro tempo.

Come spiega Stefano Zamagni, economista, docente all’Università di Bologna e autore di numerose pubblicazioni sul tema, fino ad ora ci siamo retti solo sul modello Stato - mercato, pubblico - privato, mentre in realtà oltre al pubblico e al privato c’è anche l’ambito civile, legato alle imprese sociali e al cosiddetto terzo settore.

L’idea di base dell’economia civile è quella di passare dall'assunto homo hominis lupus che troviamo al centro del paradigma economico classico, secondo il quale ogni uomo è un lupo nei confronti degli altri uomini, ad un nuovo paradigma secondo cui l’uomo è homo homini natura amicus, ovvero ogni uomo è per natura amico dell’altro uomo. In questo contesto anche l’attività economica ha bisogno di virtù civili, di valori di riferimento per tendere al bene comune più che alla ricerca di soddisfazioni individuali.

In concreto questo vuol dire che mentre per l’economia classica l’importante è la massimizzazione del bene totale, del Pil, per l’economia civile invece il fine è la realizzazione del bene comune. La prima considera l’economia un’attività che non ha nulla a che vedere con l’etica e la politica, la seconda esige che tra le tre sfere ci sia un dialogo continuo.

L’economia civile garantisce quindi biodiversità economica, e con questo spirito è importante che nascano dal basso imprese sociali capaci di dispiegare il loro potenziale di soggetti d’impresa non più finalizzati al solo profitto ma anche alla produzione di utilità sociale.

Tanto il modello neoliberista quanto quello socialdemocratico di welfare hanno ormai dimostrato che da soli non funzionano più. Il primo non assicura l’universalità dello Stato sociale, l’altro non garantisce la qualità. La soluzione è il welfare civile, fondato sul principio di sussidiarietà circolare, cioè sulla collaborazione tra tre soggetti: ente pubblico, imprese e società civile (o Terzo settore). Una risposta efficace anche in termini di vincoli di bilancio. Ormai non è più solo una questione di principio, ma una necessità.

Ecco perché sarebbe ormai giunta l’ora di inserire l’economia civile direttamente nella legge fondamentale dello Stato, la Costituzione, valorizzandone i principi come nuovo modello di sviluppo sociale.

Per approfondimenti:

https://www.unibo.it/sitoweb/stefano.zamagni/

Pubblicato il 18 settembre 2019


 
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